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Del Dott. Tonino Epifanio (tepifanio@libero.it)

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Cristianesimo contro Corrente

28 marzo 2012   

L’UOMO E IL SUO DESTINO ETERNO

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L’UOMO E IL SUO DESTINO ETERNO

L’ESCATOLOGIA DI ADRIANO CELENTANO

E IL SIGNIFICATO DELLA PASQUA

Di Antonio Epifanio

Definito da taluni giornalisti ora “il principe degli ignoranti”, ora “un cretino di talento”, Adriano Celentano, nell’ultimo San Remo, un po’ di ragione l’ha avuta, e soprattutto ha posto un problema fondamentale per la vita: cosa c’è dopo la morte?

Ha parlato, a modo suo, di escatologia, che non è la scienza delle scatole, ma il discorso su cosa ci attende dopo la morte; per la religione cattolica: l’inferno, il paradiso e il purgatorio (argomento, a dirne il vero, un po’ trascurato dai nostri sacerdoti).

La cosa non è di poco conto se si pensa che, dalla Rivoluzione Francese in poi, e oggi più che mai, della fede nella vita dopo la morte si ha quasi paura di parlarne. Non è di moda. Ma alla rimozione dell’Aldilà non è estranea la disperazione che oggi attanaglia tanti spiriti smarriti che guardano, impotenti, il dolore e l’ingiustizia di questo mondo.

Ma come si può vivere serenamente questa vita, “quasi tutta fatica e dolore” dice il Salmista, senza una qualche fede, magari implicita, in una vita futura?

Credere in una vita ultraterrena, è chiaro, significa credere in Dio. Ed è stato proprio uno spirito dissacratorio e anticonformista come Voltaire, massimo esponente dell’illuminismo francese, a usare la famosa espressione “Se Dio (o l’Aldilà) non esistesse bisognerebbe inventarlo”.

Tant’è, che noi, post-moderni, siamo orfani di eternità! Ma senza la prospettiva di un premio o di una punizione eterna si perde il senso morale della vita, le regole non si rispettano più e, come dice Dostoevskij nei suoi Fratelli Karamazov, “Se togli Dio tutto è possibile”. Troppi sono i furbi che in questa vita non pagano per le loro malefatte e gli innocenti che pagano ingiustamente. Questi squilibri invocano una giustizia altra che non coincide, ed anzi supera, la semplice legalità. Di fatto, lo vediamo tutti i giorni, la legge umana non è uguale per tutti: si possono, allora, evitare le maglie di una giustizia terrena a volte disattenta, qualche volta anche complice, ma non di quella divina.

Senza un giudizio finale la stessa storia umana risulterebbe un’accozzaglia di accadimenti senza senso e senza logica, “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla” (Shakespeare).

La libertà umana, si sa, è il tratto più nobile della persona, tuttavia essa è limitata. Non abbiamo scelto noi, per esempio, quando nascere, e difficilmente decideremo il morire. Il mondo è un teatro, a noi è stato affidato un ruolo (siamo belli o brutti, ricchi o poveri, dotti o indotti, intelligenti o cretini), e su quel ruolo risponderemo, volenti o nolenti. Sarei il primo a non credere in un Dio che permettesse la sofferenza solo per alcuni e la gioia per altri, la povertà solo per alcuni e la ricchezza per altri. Di tutto bisognerà rendere conto e “ogni valle sarà innalzata ed ogni monte e ogni colle saranno abbassati” (Is, 40,4). Queste considerazioni, ci aiutano, tra l’altro, a interpretare l’infinita stupidità di quell’uomo che pensa di essere ricco, o intelligente, o potente, solo per merito suo, dimenticandosi di essere “servo inutile” che il tempo inesorabilmente ingoierà. In riferimento ai talenti ricevuti, davanti a Dio, il sacrestano semi-insufficiente mentale e l’acuto Benedetto XVI hanno le stesse possibilità di salvezza. Questa certezza ci mette tutti tranquilli, senza ripiegamenti verso eventuali complessi d’inferiorità o fughe verso patologici deliri di onnipotenza: a chi poco è stato dato poco sarà chiesto; a chi molto è stato dato molto sarà chiesto (anche materialmente…).

L’angoscia della morte permea i pensieri e l’agire di ogni essere umano, che però la sperimenta come qualcosa di estraneo alle sua natura: per questo lottiamo contro di essa con tutte le energie. All’uomo delle caverne come all’uomo dei grattacieli non basta vivere, ha bisogno di trovare un senso alla sua vita, un “navigatore” che lo guidi a soddisfare il desiderio di perfetta felicità e immortalità che si porta dentro, e che giammai soddisferà quaggiù .

Ogni parola del Vangelo risponde ai desideri ed ai bisogni più profondi dell’uomo, per questo esso è anche un insuperabile testo di psicologia. Da sempre gli uomini hanno cercato rimedi contro la morte, illudendosi di sopravvivere nei figli, nella fama, nelle ricchezze che lasciano. Tutte sciocchezze! Dall’intera umanità dolente sale verso il Cielo un silenzioso e lacerante grido: “Non voglio morire!”.

Per chi sa e vuole intendere, la Resurrezione di Cristo è la risposta.

In Gesù risorto noi vediamo quel destino di felicità e immortalità che tutti cerchiamo, anche quando affannati, corriamo, progettiamo e ci esasperiamo per cose da nulla, come se tutto dipendesse da noi e un bel giorno non dovessimo lasciare tutto e partire. Al di fuori di questa risposta, per tutti, nessuno escluso, c’è solo disperazione, magari ben mascherata, che cresce sempre di più con l’avvicinarsi dell’esame finale, che è anche il più importante! Non dimentichiamolo: siamo tutti condannati a morte

12 marzo 2012   

Cittadini del cielo

CITTADINI DEL CIELO

Di Antonio Epifanio

“L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”.
Dedichiamo questo detto di San Giovanni Crisostomo alle tante “vite di corsa” (l’espressione è del sociologo Bauman) della nostra epoca che si illudono di fare cose importanti. Chi prega, invece, nella calma e nel nascondimento, lo fa perché è umile e si sente bisognoso di salvezza, si sperimenta non autosufficiente. Ebbene, paradossalmente, costui incide sulla storia più di chi rincorre affannosamente la notorietà e il successo.
La frenesia di vita che caratterizza le nostre giornate, collegata ad una specie di delirio di onnipotenza, tipico dell’uomo moderno, è tentazione satanica!
A questo stile di vita sono collegati incidenti di vario tipo, ma anche mancanza di amore (tempo) nei confronti degli altri e di chi ci sta vicino.
Quanti figli cresciuti male, specialmente nei primi anni di vita, quando la vicinanza fisica è indispensabile! Quanti mariti e mogli trascurati da parte del coniuge che pervicacemente insegue i falsi miraggi del successo, della ricchezza e della carriera, e non si rende conto degli “alternativi mondi”, interni ed esterni, in cui i primi sono costretti a rifugiarsi! Salvo poi ad accorgersi quando ormai è troppo tardi…
L’esasperata corsa verso l’autoaffermazione ed i falsi divertimenti, l’insaziabile fame di mondo e di riconoscimenti, ci fanno perder di vista il Cielo, la meta verso cui siamo diretti, ci fanno dimenticare che non siamo abitanti stabili di questo mondo. La riflessione sulla fragilità e la provvisorietà della vita dovrebbe invece accompagnare l’uomo anche quando la fortuna gli arride. Ma, come insegna la Sacra Scrittura, l’uomo nella prosperità capisce poco.
“Esseri di un solo giorno, che cosa siamo o non siamo? L’uomo è il sogno di un’ombra” è l’angosciosa domanda di Pindaro.
Il grande inganno dei nostri tempi è la diffusa convinzione che la vita è tutta qui, sulla terra, e quindi, a che serve pregare?
Eppure la crisi della società, della famiglia, dei giovani, della Chiesa, della fede, del sacerdozio, in ultima analisi, è crisi di preghiera. Preghiera nella calma e nel silenzio, e non sotto i riflettori, piazzati magari in Chiesa…
Ci ammonisce il Messaggio di Medjugorjie: “Non agitatevi, non preoccupatevi, ogni agitazione viene da Satana, voi siete figli di Dio: dovete essere sempre calmi, nella pace, perché Dio guida tutto”.
Dio e non gli uomini… Fortunatamente!
E Lui il top-manager che all’interno della sua vigna assegna compiti e ruoli, e suscita in noi “il volere e l’operare secondo i suoi disegni”. Altro che meriti personali!
Sgonfiamoci, dunque, per non fare la fine della rana di Fedro, che volendo diventare grande come il bue si gonfiò, si gonfiò e… alla fine scoppiò e morì.
Non sentiamoci qualcuno solo perché abbiamo una laurea (magari anche fasulla perché ce la siamo autoconferita… ); o un grosso e grasso conto in banca, che non sempre odora di bucato, atteso che, come è stato scritto “dietro ogni grande ricchezza c’è un crimine”; o qualche incarico pubblico dibreve durata.
Siamo tutti piccoli e bisognosi gli uni degli altri, e non sono i soldi, i titoli e gli incarichi ad allontanare gli inevitabili appuntamenti che la vita, indistintamente, riserva a tutti: malattia, vecchiaia, morte, e non solo.
Questi sì che ci sgonfiano e ci fanno alzare gli occhi al Cielo!

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E’ RISORTO. E SE FOSSE VERO?

Di  Antonio Epifanio

Con buona pace di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano anticattolico e mangiapreti la Repubblica e guru del laicismo italiano, che dubita dell’esistenza storica di Gesù di Nazaret, insigni storici del I sec., e non di parte, testimoniano che il Profeta di Nazaret è veramente esistito, così come sono veramente esistiti Giulio Cesare, Dante, Cristoforo Colombo ecc. Questi storici si chiamano Flavio Giuseppe, Plinio il Giovane, Publio Cornelio Tacito e Caio Svetonio Tranquillo. Di fronte a questi nomi il nostro giornalista, per quanto famoso, semplicemente scompar.
Ma alle persone di fede, che non sono poi tante, nonostante l’apparenza, non interessa collocare Gesù Cristo nella galleria dei grandi saggi dell’umanità insieme a Socrate, Confucio, Lao-tzu e altri, interessa piuttosto sapere se Egli sia veramente risorto.
“Se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede e anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se abbiamo avuto speranza in Lui soltanto in questa vita, noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. Così S. Paolo davanti alla comunità di Corinto.
Il cristianesimo prende inizio da un “fatto”, avvenuto presumibilmente nella notte tra l’8 e il 9 aprile dell’anno 30, e reso pubblico a partire dall’alba del “terzo giorno”, dopo cioè il venerdì che ha visto la morte di Gesù e dopo il grande sabato pasquale, quando, di tutta la vicenda di Gesù restava soltanto un sepolcro vuoto.
L’intero edificio cristiano si affloscerebbe come le Torri Gemelle di New York, se venisse meno la convinzione che da quella tomba vuota il crocifisso è uscito trasfigurato dalla luce della risurrezione.
Non è mia intenzione inoltrarmi in dissertazioni teologiche che interesserebbero nessuno. Riferirò piuttosto, per focalizzare il problema, di un gustoso aneddoto autobiografico raccontato dal cardinale Biffi, coraggioso paladino dell’ortodossia cattolica, nel suo “Corso di una catechesi inusuale”, tenuto alcuni anni fa ai docenti universitari entro le mura prestigiose dell’Alma Mater bolognese (l’Università di Bologna), e al quale ho partecipato.
Narra il porporato di una catechista (una, come tante delle nostre…) che dopo anni e anni di “frequenza parrocchiale” non aveva ancora ben capito il significato della Risurrezione nell’economia della fede cattolica, e resta colpita dall’affermazione fatta dal cardinale stesso nel corso di una precedente catechesi: “Cristo risorto è vivo oggi, fisicamente e spiritualmente”. Che vuol dire “vivo oggi, fisicamente e spiritualmente” – si domanda la brava donna – “forse che respira? che gli batte il cuore?”
Confusa e visibilmente impressionata, va di corsa a casa e racconta l’accaduto al marito, da sempre sornione nei confronti della fede della moglie; e il marito commenta: “non hai capito bene!”. La povera catechista torna allora dal cardinale per chiedere lumi e il pastore, con pazienza, cerca di spiegarle come stanno le cose alla luce della fede, e conclude: “Sì, Cristo risorto è vivo oggi, lo dica a suo marito, è così”. Dà, inoltre, alla donna, la registrazione della catechesi da far sentire al marito, il quale, ascoltatala con attenzione, si fa ad un tratto serio, e con voce resa fioca dall’emozione, sussurra “Se è così cambia tutto”.
L’uomo non era mai andato in Chiesa, ma aveva capito il nocciolo della questione.
Ma cosa cambia, in effetti, se Cristo è risorto?
Cambia il baricentro della vita dell’uomo, che da questa terra, dove “l’uomo è lupo per l’uomo” (Hobbes), nelle sue varie e perverse espressioni, viene spostato nell’eternità della vita beata. Scompare l’angoscia della morte, madre di tutte le angosce della vita; i giorni trascorsi su questa terra non saranno più il “quotidie moritur” (“ogni giorno che passa si accorcia la distanza che ci separa dalla morte”) di Seneca, ma attesa della felicità eterna.
La fame di immortalità (intesa anche come desiderio di Verità, Bellezza, Giustizia, Amore: pallide ombre in questo mondo) scritta nel genoma umano trova la sua esaustiva risposta. Su questa terra di dolore e di morte, anche le esistenze più fortunate prima o poi annoiano. Vivere secondo l’ottica dell’eternità significa avere la “speranza certa” che un giorno avremo la soluzione al problema vita, che – come ricorda il Manzoni – “non è già destinata a essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impegno, del quale ognuno renderà conto”.
Cambia quella concezione della vita diffusa oggi da un falsa scienza (Veronesi, Hack, Odifreddi), e nei confronti della quale i cristiani – compresi tanti vescovi – fanno i conigli, secondo cui con la morte finisce tutto e l’uomo diventa una manciata di fosfati dispersi dal vento. Questa è la colossale bugia della cultura dominante! Quasi tutte le filosofie e le religioni del passato attestano il contrario, e cioè che la vita continua dopo la morte.
Cambiano le categorie comportamentali. L’uomo non vivrà più per la propria gloria, il prestigio, il potere, le ricchezze, i primi posti (sec. Buddha i mortali si gettano come zanzare impazzite su queste “luci” nelle quali bruceranno), ma vivrà per la gloria di Dio (evangelicamente, farsi primi nel diventare servi degli altri: ecco la cartina al tornasole del cristiano; ecco perché i cristiani di oggi convincono poco). Le nostre parrocchie, con relative parrocchiette in competizione al loro interno, sembrano più delle vetrine per mettersi in mostra che scuole di veri cristiani. “Amare il mondo è odiare Dio” (Lett. di S. Giacomo 4,4).
Cambieremo noi, che vivendo nella Verità (anche se questa ci può procurare dei nemici) non saremo degli infelici nevrotici, di cui anche il nostro paese è pieno.
Li volete riconoscere? O non ridono mai, o vanno sempre di fretta, o tutt’e due: e allora il caso è veramente grave… Il mondo dei sazi è saturo d’infelicità.
Infine, senza la prospettiva di un premio o di una punizione eterna gli esseri umani perdono la dimensione morale. A ben poco serve la giustizia (l’ingiustizia!) umana: le cronache ce lo raccontano.
Certo, queste cose le abbiamo sentite tante volte, e anche il giorno di Pasqua ci scivoleranno addosso come l’acqua sull’impermeabile, ma è su di esse che si fonda la qualità della vita attuale e il guadagno della vita eterna. Volenti o nolenti!
Cristo risorto è l’immortalità e la felicità a cui aneliamo. Cristo risorto è Dio. Ne deriva che: “Sbagliarsi su Dio è un dramma, è la cosa peggiore che possa capitarci, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull’uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita” (David Turoldo).
 

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ALTER CHRISTUS: DIGNITA’ E GRANDEZZA DEL SACERDOZIO CATTOLICO
 

Di Antonio Epifanio

Distratti dalle luminarie di Natale e dai brindisi di Fine Anno, a molti è sfuggito il discorso (uno dei più importanti di tutto l’anno) che il Papa ha fatto il 20 dicembre u.s., durante la tradizionale udienza per la presentazione degli auguri natalizi. E’ questa, di solito, l’occasione per una riflessione sull’anno trascorso.
Ancora una volta, Benedetto XVI ha ribadito che oggi “è in gioco il futuro del mondo” (ma chi ci pensa?) e che il mondo, come nel periodo del tramonto dell’Impero Romano, “è angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso”. Come dire: se non c’è un rinnovamento morale e spirituale di fondo (l’emergenza educativa!), a ben poco servono le riforme sociali di una politica corrotta e sempre più lontana dalla gente (impegnata tra tormentoni politico-mediatici e bunga bunga), e gli interventi di una giustizia rozza e miope (basti pensare alle recenti polemiche sulla tortura del 41 bis, col suo strascico di suicidi, “norma medievale e barbara che crea una ferita gravissima nella civiltà giuridica italiana e nel nostro Stato di diritto”(Sansonetti).
In quegli stessi giorni, alle parole del Papa, faceva eco un editoriale del laico (a volte laicista) Corriere della sera del 30.12.2010, a firma di Ernesto Galli Della Loggia, che parlava di un’Italia dove “Tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile… la burocrazia sia centrale che locale è pletorica e inefficiente, la giustizia tardigrada e approssimativa, una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali”.
A fronte di questo sconfortante panorama, e quasi come antidoto e contraltare, il Pontefice però sottolineava “quale dono rappresenti il sacerdozio della Chiesa Cattolica, che ci è stato affidato dal Signore”. E continuando, aggiungeva : “Ci siamo resi nuovamente conto di quanto sia bello che esseri umani (i sacerdoti) siano autorizzati a pronunciare in nome di Dio e con pieno potere la parola del perdono, e così siano in grado di cambiare il mondo, la vita; quanto sia bello che esseri umani (i sacerdoti) siano autorizzati a pronunciare le parole della consacrazione, con cui il Signore attira dentro di sé un pezzo di mondo, e così in un certo luogo lo trasforma nella sua sostanza; quanto sia bello poter essere, con la forza del Signore, vicino agli uomini nelle loro gioie e sofferenze, nelle ore importanti come in quelle buie dell’esistenza; quanto sia bello avere nella vita come compito non questo o quell’altro, ma semplicemente l’essere stesso dell’uomo – per aiutare che si apra a Dio e sia vissuto a partire da Dio”.
Il sacramento dell’Ordine imprime nell’anima il carattere di ministro di Dio, che è un’intima meravigliosa partecipazione del Sacerdozio eterno di Gesù Cristo. Per esso il Sacerdote riveste la persona stessa del Salvatore: Sacerdos alter Christus.Tale carattere è indistruttibile, eterno. In un gesto di follia, il Sacerdote potrà calpestare la sua dignità e i suoi doveri, tradire la sua missione, ma il carattere sacerdotale resta indelebilmente scolpito nella sua anima: per distruggerlo, bisognerebbe annientare la stessa anima del Sacerdote.
D’altra parte è stato Cristo in persona a volere la sua Chiesa così strutturata sui vescovi, i presbiteri (sacerdoti) e i diaconi. Contro questo tipo di Chiesa (Chiesa = Cristo nella Storia!, vedi Catechismo della Chiesa Cattolica), nel corso di duemila anni, si sono scatenati sanguinari del calibro di Nerone, Stalin, Hitler, solo per citarne qualcuno. Con quale risultato? Che la Chiesa ha fatto i loro funerali… e ha continuato tranquillamente, tra alti e bassi, a salpare le onde della storia. Figuriamoci se teme le malevole chiacchiere degli invisibili moscerini dei nostri giorni ai quali, prima o poi, speriamo il più tardi possibile, sarà sempre la Chiesa a fare i loro funerali…
La Verità, e il Vangelo è la Verità, suscita sempre degli oppositori! Il ministro di Dio che proclama la Verità del Vangelo sarà sempre osteggiato, ma attenti, la nostra saggezza popolare ricorda che “cu cumbatti i previti cumbatti a Dio” (“Chi combatte contro i sacerdoti combatte contro Dio”).
Circa poi il biasimevole vezzo di dire peste e corna della Chiesa e dei suoi sacerdoti, da parte di persone che poi si accostano alla Santa Comunione (magari prendendo l’Ostia Consacrata dalle mani dello stesso sacerdote che fino a qualche minuto prima avevano “tagliato” con cura), vale la pena rammentare le parole di S. Paolo, che, a chi capisce, fanno tremare le vene e i polsi:
“Chiunque mangia questo pane e beve il calice del Signore indegnamente, è reo verso il Corpo e il Sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini bene se stesso prima di mangiare questo pane e di bere questo calice, poiché chi ne mangia e beve senza esserne degno, mangia e beve la sua condanna!” (I Cor. XI, 27-29).
Naturalmente, l’ammonimento dell’Apostolo, oltre che per le lingue biforcute, è valido anche negli altri campi della morale.
Ed ecco, sul sublime mistero del sacerdozio, le testimonianze non sospette di due Autori… che sapevano volare alto.
Victor Hugo, il più grande poeta francese del sec. XIX, celebre romanziere e drammaturgo (1802-1885), scrive: “Gli spiriti irriflessivi si domandano: a che cosa serve il prete? Che cosa fa? Non v’è alcuna opera più sublime di quella che fanno i sacerdoti, né vi può essere alcun lavoro più utile. Guai se il sacerdote cattolico cedesse il suo posto! Guai se la sua voce, che si leva così spesso a gettare l’allarme, tacesse! Il mondo, in men di vent’anni, ripiomberebbe nella barbarie!”.
Ippolito Taine, grande storico francese (1823-1893), annota: “Tutti i mascalzoni, tutti gli ubriaconi, tutti i cattivi soggetti, tutta la gente degna della galera, sono tutti nemici dei preti. Il fatto è indiscutibile. D’altra parte, la brava gente, la gente onesta, la gente per bene, le persone caritatevoli, stimabili, delicate, hanno tutta la simpatia e professano per essi rispetto”. Anche se dovessero sbagliare!
La migliore S. Cristina è in linea con questi “grandi”.
E’ toccante la testimonianza di un apprezzato professionista cristinese che, sotto Natale, ha fatto pervenire al nostro Parroco questi pensieri: “Carissimo don Giuseppe, non ho mai vissuto una religiosità piena (…) ma qualcosa è successo negli ultimi mesi (…). Non avrei mai pensato di riuscire ad alzarmi la domenica mattina per essere puntuale in Chiesa per la Santa Messa. Cosa mi sta succedendo ? (…) Quelle poche volte in cui nel passato partecipavo alla Santa Messa, le vostre parole mi giungevano al cuore riuscendo a infrangere la corteccia dei dubbi, che nel tempo, mi aveva chiuso gli occhi (…) Voi, così giovane, riuscite ad intuire, ad intraveder le mie difficoltà quotidiane ed a trovare nelle vostre omelie le giuste parole di conforto e d’aiuto, parole che uso con i miei figli, parole che mi guidano a superare le quotidiane difficoltà della vita e ad affrontarla con armonia e serenità. (…) Seguendo i vostri suggerimenti il Natale da poco passato è diventato per me, mia moglie e i miei figli una festa speciale perché l’abbiamo vissuta con religiosità intensa nel segno della rinascita, partecipando volentieri alla vita della nostra Comunità Parrocchiale dove mi sono sentito rinascere con animo nuovo, leggero e sereno.”
Questi sono i sacerdoti, questi sono i nostri sacerdoti!
La grandezza e la dignità del sacerdozio cattolico non possono essere valutate con criteri umani: fanno parte di un ordine superiore, perché sono la partecipazione dell’eterno e divino sacerdozio di Gesù Cristo. Il sacerdote – dice sempre S. Paolo – è il rappresentante e l’ambasciatore di Cristo, il suo ministro, il dispensatore dei misteri di Dio. E’ Gesù vivente e operante sulla terra. Possiede, dunque, nella luce della fede, una dignità e una grandezza divina, di fronte alla quale impallidisce ogni dignità e grandezza terrena.
Se, dunque, il sacerdote è Gesù vivente e operante sulla terra (Parola di S. Paolo!), andiamoci piano col giudicarlo.
“Ah! Que le prete est quelque chose de grand!” (“Ah! Il prete è qualcosa di grande!”) diceva il Santo Curato d’Ars.
Tutte le volte che giudichiamo i nostri sacerdoti perdiamo delle occasioni per amarli.
Amiamoli, dunque, con i loro pregi e difetti, e ameremo Gesù stesso!

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PER I CRISTIANI L’ASSENTEISMO SOCIALE E’ PECCATO DI OMISSIONE.

PERCHE’ I CATTOLICI NON POSSONO TACERE.

(OSSIA: PER NON ESSERE CATTOLICI-QUACQUARACQUA’)

Di Antonio Epifanio

Questo Natale, davanti al Gesù Bambino dei nostri presepi, non lasciamoci prendere dalla solita ipocrita tenerezza di qualche secondo, ma pensiamo più seriamente a come questo idilliaco inizio di vita si è concluso: la tragedia del Golgota. E domandiamoci perché a questa dolce natività ha fatto da contraltare la cruenta fine di una crocifissione, sorte riservata ai peggiori malfattori. Di quale grave colpa si sarà mai macchiato, nei tre anni circa di vita pubblica, Gesù, perché’ dovesse meritare questo trattamento finale?
Ha semplicemente detto la Verità, e dicendo la Verità, ha dato fastidio al potere corrotto del suo tempo, che ha pensato bene di farlo fuori.
Il coraggio della “Verità nella Carità” ! E’ questo il compito primario e urgente del cristiano di oggi, in una società che si nutre ad ogni livello di menzogna e apparenza; questo è il mandato che il Papa consegna insistentemente a tutta la Chiesa con la chiamata alle armi contro quella che egli definisce la “dittatura del relativismo”. E la parola del Papa è normativa per chi vuole essere, e non semplicemente dirsi, cristiano.
“I fedeli laici non possono tacere”, perché sanno “che è loro dovere lavorare per il giusto ordine sociale”, il quale si fonda su un’ “antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione”. Per i cristiani, infatti “l’assenteismo sociale” è peccato di omissione”. (così anche il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al convegno di Todi sulla “Buona politica per il bene comune”, nell’ottobre scorso).
In quegli stessi giorni, faceva eco a questo messaggio, la pubblicazione dell’ultimo libro di mons. Bregantini “Perché non possiamo tacere”. Già vescovo di Locri, anche lui era stato “fatto fuori” con un elegante promoveatur ut amoveatur (veniva promosso per essere allontanato) perché dicendo la Verità infastidiva il potere…
In altri termini: a ben poco serve fare il pieno di Rosari, Sante Messe, Adorazioni Eucaristiche e ritiri spirituali se poi nei luoghi dove vivi (comunità, lavoro, tempo libero) fai l’ “indiano”, sei un finto credente, o come dice il Papa, sei un “fedele di ruotine” ! E quanti “fedeli di routine”, questo Natale, al calduccio e in famiglia, davanti alle loro ricche tavolate, si lasciano inquietare dal pensiero di chi è nella solitudine e senza lavoro? E questi “fedeli di routine”, dopo Natale, nel loro ambiente, si faranno voce in difesa dei diritti negati di chi voce non ne ha? E questi si chiamano cristiani o “pilati” ?
Già nel settembre scorso, nel suo viaggio in Germania, il Pontefice aveva lanciato un messaggio inusuale e profondo, una provocazione che va letta con grande attenzione: è meglio essere agnostici in ricerca che finti credenti! (Agnostico è chi dice di non sapere se Dio esiste).
Ecco le sue parole: “…agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede”.
Ma perché il vero cristiano non può tacere, ed anzi, deve gridare “sui tetti”, come dice il Vangelo, la Verità ?
Il mondo contemporaneo sta attraversando una buia notte etica: si chiama bene il male e male il bene, all’uomo buono e virtuoso si è sostituito l’uomo tecnico ed efficiente che per affermarsi calpesta anche gli affetti più cari. In questo contesto storico si è veri cristiani se si mantiene alta la fiaccola della Verità (sull’uomo e il suo destino eterno, su Dio, sul senso della vita) che suona irritante alle orecchie del mondo. E non è vero che nessuno ha la verità in tasca come dice superficialmente il “fedele di routine”. Il vero cristiano ce l’ha, eccome, non perche se l’è data lui stesso, ci mancherebbe, ma perché l’ha ricevuta dal suo Signore Gesù Cristo, unico e solo significato della vita e della storia (tutto il resto è chiacchiera), che si è detto “Via, Verità e Vita”. Il cristianesimo, si sa, quando è vero, é scomodo, e non va d’accordo col mondo. Essere cristiani oggi vuol dire, pertanto, portare con coraggio la luce del Vangelo nel sociale, nel campo della cultura, del lavoro, dell’educazione, della politica, dell’economia, e non chiudersi semplicemente nella penombra delle sacrestie o fare caroselli intorno ai santi protettori. A tal proposito, ammonisce il Papa: “Ognuno di noi sarà chiamato a rendere conto di come ha vissuto, di come ha utilizzato le proprie capacità: se le ha tenute per sé o le ha fatte fruttare per il bene dei fratelli” (Angelus del 27.11.2011). E la più grande carità che oggi si possa fare ai fratelli, spesso rimbecilliti dalla televisione e da internet, è proclamare la Verità senza paura, senza atteggiamenti pilateschi. Con Dio non si può essere cerchio-bottisti: un colpo al cerchio ed uno alla botte, nella fattispecie: un po’ col mondo e un po’ con Dio. O con Me – dice Lui – o contro di Me, et tertium non datur (non c’è, cioè, la terza possibilità).
“La Messa – è stato scritto – comincia dopo la Messa”. Una fede che non diventa cultura è una falsa fede.
I Rosari, le Sante Messe, le Adorazioni Eucaristiche e i ritiri spirituali, per non essere solo vetrina, devono diventare il carburante per agire poi, nel sociale, da attivi operatori di verità, sicuri di non essere applauditi, anzi…
A che serve fare il pieno dell’automobile se poi deve resta in garage? La Verità non teme le contestazioni o il colpevole silenzio dei cultori del quieto vivere (meglio: del quieto non-vivere). Se la vita religiosa diventa fine a se stessa altro non è che una bella masturbazione mentale, anzi, spirituale!
“Quante volte (in Chiesa) celebriamo soltanto noi stessi, senza renderci conto di Lui (Dio). Quante volte la sua parola viene distorta e abusata” (Ratzinger); ed ancora: “Quando (in Chiesa) cominciano gli applausi finisce la liturgia” (Ratzinger).
Contro i “fedeli di routine” già S. Agostino scriveva: “Chi può fare il bene, e non lo fa, fa il male”. E diceva anche: “Molti che sembrano stare dentro la Chiesa, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori della Chiesa, sono dentro”.
In questo Natale, domandiamoci dove siamo collocati noi, effettivamente e non apparentemente… Io, da parte mia, ci terrei a stare e morire dentro la Santa Chiesa, ergo, non posso e non voglio tacere la Verità, naturalmente nella carità.

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