
Del Dott. Tonino Epifanio (tepifanio@libero.it)
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L’UOMO E IL SUO DESTINO ETERNO
L’ESCATOLOGIA DI ADRIANO CELENTANO
E IL SIGNIFICATO DELLA PASQUA
Di Antonio Epifanio
Definito da taluni giornalisti ora “il principe degli ignoranti”, ora “un cretino di talento”, Adriano Celentano, nell’ultimo San Remo, un po’ di ragione l’ha avuta, e soprattutto ha posto un problema fondamentale per la vita: cosa c’è dopo la morte?
Ha parlato, a modo suo, di escatologia, che non è la scienza delle scatole, ma il discorso su cosa ci attende dopo la morte; per la religione cattolica: l’inferno, il paradiso e il purgatorio (argomento, a dirne il vero, un po’ trascurato dai nostri sacerdoti).
La cosa non è di poco conto se si pensa che, dalla Rivoluzione Francese in poi, e oggi più che mai, della fede nella vita dopo la morte si ha quasi paura di parlarne. Non è di moda. Ma alla rimozione dell’Aldilà non è estranea la disperazione che oggi attanaglia tanti spiriti smarriti che guardano, impotenti, il dolore e l’ingiustizia di questo mondo.
Ma come si può vivere serenamente questa vita, “quasi tutta fatica e dolore” dice il Salmista, senza una qualche fede, magari implicita, in una vita futura?
Credere in una vita ultraterrena, è chiaro, significa credere in Dio. Ed è stato proprio uno spirito dissacratorio e anticonformista come Voltaire, massimo esponente dell’illuminismo francese, a usare la famosa espressione “Se Dio (o l’Aldilà) non esistesse bisognerebbe inventarlo”.
Tant’è, che noi, post-moderni, siamo orfani di eternità! Ma senza la prospettiva di un premio o di una punizione eterna si perde il senso morale della vita, le regole non si rispettano più e, come dice Dostoevskij nei suoi Fratelli Karamazov, “Se togli Dio tutto è possibile”. Troppi sono i furbi che in questa vita non pagano per le loro malefatte e gli innocenti che pagano ingiustamente. Questi squilibri invocano una giustizia altra che non coincide, ed anzi supera, la semplice legalità. Di fatto, lo vediamo tutti i giorni, la legge umana non è uguale per tutti: si possono, allora, evitare le maglie di una giustizia terrena a volte disattenta, qualche volta anche complice, ma non di quella divina.
Senza un giudizio finale la stessa storia umana risulterebbe un’accozzaglia di accadimenti senza senso e senza logica, “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla” (Shakespeare).
La libertà umana, si sa, è il tratto più nobile della persona, tuttavia essa è limitata. Non abbiamo scelto noi, per esempio, quando nascere, e difficilmente decideremo il morire. Il mondo è un teatro, a noi è stato affidato un ruolo (siamo belli o brutti, ricchi o poveri, dotti o indotti, intelligenti o cretini), e su quel ruolo risponderemo, volenti o nolenti. Sarei il primo a non credere in un Dio che permettesse la sofferenza solo per alcuni e la gioia per altri, la povertà solo per alcuni e la ricchezza per altri. Di tutto bisognerà rendere conto e “ogni valle sarà innalzata ed ogni monte e ogni colle saranno abbassati” (Is, 40,4). Queste considerazioni, ci aiutano, tra l’altro, a interpretare l’infinita stupidità di quell’uomo che pensa di essere ricco, o intelligente, o potente, solo per merito suo, dimenticandosi di essere “servo inutile” che il tempo inesorabilmente ingoierà. In riferimento ai talenti ricevuti, davanti a Dio, il sacrestano semi-insufficiente mentale e l’acuto Benedetto XVI hanno le stesse possibilità di salvezza. Questa certezza ci mette tutti tranquilli, senza ripiegamenti verso eventuali complessi d’inferiorità o fughe verso patologici deliri di onnipotenza: a chi poco è stato dato poco sarà chiesto; a chi molto è stato dato molto sarà chiesto (anche materialmente…).
L’angoscia della morte permea i pensieri e l’agire di ogni essere umano, che però la sperimenta come qualcosa di estraneo alle sua natura: per questo lottiamo contro di essa con tutte le energie. All’uomo delle caverne come all’uomo dei grattacieli non basta vivere, ha bisogno di trovare un senso alla sua vita, un “navigatore” che lo guidi a soddisfare il desiderio di perfetta felicità e immortalità che si porta dentro, e che giammai soddisferà quaggiù .
Ogni parola del Vangelo risponde ai desideri ed ai bisogni più profondi dell’uomo, per questo esso è anche un insuperabile testo di psicologia. Da sempre gli uomini hanno cercato rimedi contro la morte, illudendosi di sopravvivere nei figli, nella fama, nelle ricchezze che lasciano. Tutte sciocchezze! Dall’intera umanità dolente sale verso il Cielo un silenzioso e lacerante grido: “Non voglio morire!”.
Per chi sa e vuole intendere, la Resurrezione di Cristo è la risposta.
In Gesù risorto noi vediamo quel destino di felicità e immortalità che tutti cerchiamo, anche quando affannati, corriamo, progettiamo e ci esasperiamo per cose da nulla, come se tutto dipendesse da noi e un bel giorno non dovessimo lasciare tutto e partire. Al di fuori di questa risposta, per tutti, nessuno escluso, c’è solo disperazione, magari ben mascherata, che cresce sempre di più con l’avvicinarsi dell’esame finale, che è anche il più importante! Non dimentichiamolo: siamo tutti condannati a morte
“L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”.
Dedichiamo questo detto di San Giovanni Crisostomo alle tante “vite di
corsa” (l’espressione è del sociologo Bauman) della nostra epoca che si
illudono di fare cose importanti. Chi prega, invece, nella calma e nel
nascondimento, lo fa perché è umile e si sente bisognoso di salvezza, si
sperimenta non autosufficiente. Ebbene, paradossalmente, costui incide sulla
storia più di chi rincorre affannosamente la notorietà e il successo.
La frenesia di vita che caratterizza le nostre giornate, collegata ad una
specie di delirio di onnipotenza, tipico dell’uomo moderno, è tentazione
satanica!
A questo stile di vita sono collegati incidenti di vario tipo, ma anche
mancanza di amore (tempo) nei confronti degli altri e di chi ci sta vicino.
Quanti figli cresciuti male, specialmente nei primi anni di vita, quando la
vicinanza fisica è indispensabile! Quanti mariti e mogli trascurati da parte
del coniuge che pervicacemente insegue i falsi miraggi del successo, della
ricchezza e della carriera, e non si rende conto degli “alternativi mondi”,
interni ed esterni, in cui i primi sono costretti a rifugiarsi! Salvo poi ad
accorgersi quando ormai è troppo tardi…
L’esasperata corsa verso l’autoaffermazione ed i falsi divertimenti,
l’insaziabile fame di mondo e di riconoscimenti, ci fanno perder di vista il
Cielo, la meta verso cui siamo diretti, ci fanno dimenticare che non siamo
abitanti stabili di questo mondo. La riflessione sulla fragilità e la
provvisorietà della vita dovrebbe invece accompagnare l’uomo anche quando la
fortuna gli arride. Ma, come insegna la Sacra Scrittura, l’uomo nella
prosperità capisce poco.
“Esseri di un solo giorno, che cosa siamo o non siamo? L’uomo è il sogno di
un’ombra” è l’angosciosa domanda di Pindaro.
Il grande inganno dei nostri tempi è la diffusa convinzione che la vita è
tutta qui, sulla terra, e quindi, a che serve pregare?
Eppure la crisi della società, della famiglia, dei giovani, della Chiesa,
della fede, del sacerdozio, in ultima analisi, è crisi di preghiera.
Preghiera nella calma e nel silenzio, e non sotto i riflettori, piazzati
magari in Chiesa…
Ci ammonisce il Messaggio di Medjugorjie: “Non agitatevi, non preoccupatevi,
ogni agitazione viene da Satana, voi siete figli di Dio: dovete essere
sempre calmi, nella pace, perché Dio guida tutto”.
Dio e non gli uomini… Fortunatamente!
E Lui il top-manager che all’interno della sua vigna assegna compiti e
ruoli, e suscita in noi “il volere e l’operare secondo i suoi disegni”.
Altro che meriti personali!
Sgonfiamoci, dunque, per non fare la fine della rana di Fedro, che volendo
diventare grande come il bue si gonfiò, si gonfiò e… alla fine scoppiò e
morì.
Non sentiamoci qualcuno solo perché abbiamo una laurea (magari anche fasulla
perché ce la siamo autoconferita… ); o un grosso e grasso conto in banca,
che non sempre odora di bucato, atteso che, come è stato scritto “dietro
ogni grande ricchezza c’è un crimine”; o qualche incarico pubblico dibreve
durata.
Siamo tutti piccoli e bisognosi gli uni degli altri, e non sono i soldi, i
titoli e gli incarichi ad allontanare gli inevitabili appuntamenti che la
vita, indistintamente, riserva a tutti: malattia, vecchiaia, morte, e non
solo.
Questi sì che ci sgonfiano e ci fanno alzare gli occhi al Cielo!
Con buona pace di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano anticattolico e
mangiapreti la Repubblica e guru del laicismo italiano, che dubita
dell’esistenza storica di Gesù di Nazaret, insigni storici del I sec., e non
di parte, testimoniano che il Profeta di Nazaret è veramente esistito, così
come sono veramente esistiti Giulio Cesare, Dante, Cristoforo Colombo ecc.
Questi storici si chiamano Flavio Giuseppe, Plinio il Giovane, Publio
Cornelio Tacito e Caio Svetonio Tranquillo. Di fronte a questi nomi il
nostro giornalista, per quanto famoso, semplicemente scompar.
Ma alle persone di fede, che non sono poi tante, nonostante l’apparenza, non
interessa collocare Gesù Cristo nella galleria dei grandi saggi dell’umanità
insieme a Socrate, Confucio, Lao-tzu e altri, interessa piuttosto sapere se
Egli sia veramente risorto.
“Se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede e anche quelli che sono
morti in Cristo sono perduti. Se abbiamo avuto speranza in Lui soltanto in
questa vita, noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. Così S.
Paolo davanti alla comunità di Corinto.
Il cristianesimo prende inizio da un “fatto”, avvenuto presumibilmente nella
notte tra l’8 e il 9 aprile dell’anno 30, e reso pubblico a partire
dall’alba del “terzo giorno”, dopo cioè il venerdì che ha visto la morte di
Gesù e dopo il grande sabato pasquale, quando, di tutta la vicenda di Gesù
restava soltanto un sepolcro vuoto.
L’intero edificio cristiano si affloscerebbe come le Torri Gemelle di New
York, se venisse meno la convinzione che da quella tomba vuota il crocifisso
è uscito trasfigurato dalla luce della risurrezione.
Non è mia intenzione inoltrarmi in dissertazioni teologiche che
interesserebbero nessuno. Riferirò piuttosto, per focalizzare il problema,
di un gustoso aneddoto autobiografico raccontato dal cardinale Biffi,
coraggioso paladino dell’ortodossia cattolica, nel suo “Corso di una
catechesi inusuale”, tenuto alcuni anni fa ai docenti universitari entro le
mura prestigiose dell’Alma Mater bolognese (l’Università di Bologna), e al
quale ho partecipato.
Narra il porporato di una catechista (una, come tante delle nostre…) che
dopo anni e anni di “frequenza parrocchiale” non aveva ancora ben capito il
significato della Risurrezione nell’economia della fede cattolica, e resta
colpita dall’affermazione fatta dal cardinale stesso nel corso di una
precedente catechesi: “Cristo risorto è vivo oggi, fisicamente e
spiritualmente”. Che vuol dire “vivo oggi, fisicamente e spiritualmente” –
si domanda la brava donna – “forse che respira? che gli batte il cuore?”
Confusa e visibilmente impressionata, va di corsa a casa e racconta
l’accaduto al marito, da sempre sornione nei confronti della fede della
moglie; e il marito commenta: “non hai capito bene!”. La povera catechista
torna allora dal cardinale per chiedere lumi e il pastore, con pazienza,
cerca di spiegarle come stanno le cose alla luce della fede, e conclude:
“Sì, Cristo risorto è vivo oggi, lo dica a suo marito, è così”. Dà, inoltre,
alla donna, la registrazione della catechesi da far sentire al marito, il
quale, ascoltatala con attenzione, si fa ad un tratto serio, e con voce resa
fioca dall’emozione, sussurra “Se è così cambia tutto”.
L’uomo non era mai andato in Chiesa, ma aveva capito il nocciolo della
questione.
Ma cosa cambia, in effetti, se Cristo è risorto?
Cambia il baricentro della vita dell’uomo, che da questa terra, dove “l’uomo
è lupo per l’uomo” (Hobbes), nelle sue varie e perverse espressioni, viene
spostato nell’eternità della vita beata. Scompare l’angoscia della morte,
madre di tutte le angosce della vita; i giorni trascorsi su questa terra non
saranno più il “quotidie moritur” (“ogni giorno che passa si accorcia la
distanza che ci separa dalla morte”) di Seneca, ma attesa della felicità
eterna.
La fame di immortalità (intesa anche come desiderio di Verità, Bellezza,
Giustizia, Amore: pallide ombre in questo mondo) scritta nel genoma umano
trova la sua esaustiva risposta. Su questa terra di dolore e di morte, anche
le esistenze più fortunate prima o poi annoiano. Vivere secondo l’ottica
dell’eternità significa avere la “speranza certa” che un giorno avremo la
soluzione al problema vita, che – come ricorda il Manzoni – “non è già
destinata a essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un
impegno, del quale ognuno renderà conto”.
Cambia quella concezione della vita diffusa oggi da un falsa scienza
(Veronesi, Hack, Odifreddi), e nei confronti della quale i cristiani –
compresi tanti vescovi – fanno i conigli, secondo cui con la morte finisce
tutto e l’uomo diventa una manciata di fosfati dispersi dal vento. Questa è
la colossale bugia della cultura dominante! Quasi tutte le filosofie e le
religioni del passato attestano il contrario, e cioè che la vita continua
dopo la morte.
Cambiano le categorie comportamentali. L’uomo non vivrà più per la propria
gloria, il prestigio, il potere, le ricchezze, i primi posti (sec. Buddha i
mortali si gettano come zanzare impazzite su queste “luci” nelle quali
bruceranno), ma vivrà per la gloria di Dio (evangelicamente, farsi primi nel
diventare servi degli altri: ecco la cartina al tornasole del cristiano;
ecco perché i cristiani di oggi convincono poco). Le nostre parrocchie, con
relative parrocchiette in competizione al loro interno, sembrano più delle
vetrine per mettersi in mostra che scuole di veri cristiani. “Amare il mondo
è odiare Dio” (Lett. di S. Giacomo 4,4).
Cambieremo noi, che vivendo nella Verità (anche se questa ci può procurare
dei nemici) non saremo degli infelici nevrotici, di cui anche il nostro
paese è pieno.
Li volete riconoscere? O non ridono mai, o vanno sempre di fretta, o tutt’e
due: e allora il caso è veramente grave… Il mondo dei sazi è saturo
d’infelicità.
Infine, senza la prospettiva di un premio o di una punizione eterna gli
esseri umani perdono la dimensione morale. A ben poco serve la giustizia
(l’ingiustizia!) umana: le cronache ce lo raccontano.
Certo, queste cose le abbiamo sentite tante volte, e anche il giorno di
Pasqua ci scivoleranno addosso come l’acqua sull’impermeabile, ma è su di
esse che si fonda la qualità della vita attuale e il guadagno della vita
eterna. Volenti o nolenti!
Cristo risorto è l’immortalità e la felicità a cui aneliamo. Cristo risorto
è Dio. Ne deriva che: “Sbagliarsi su Dio è un dramma, è la cosa peggiore che
possa capitarci, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull’uomo,
su noi stessi. Sbagliamo la vita” (David Turoldo).
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Distratti dalle luminarie di Natale e dai brindisi di Fine Anno, a molti è
sfuggito il discorso (uno dei più importanti di tutto l’anno) che il Papa ha
fatto il 20 dicembre u.s., durante la tradizionale udienza per la
presentazione degli auguri natalizi. E’ questa, di solito, l’occasione per
una riflessione sull’anno trascorso.
Ancora una volta, Benedetto XVI ha ribadito che oggi “è in gioco il futuro
del mondo” (ma chi ci pensa?) e che il mondo, come nel periodo del tramonto
dell’Impero Romano, “è angustiato dall’impressione che il consenso morale si
stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e
politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa
di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso”. Come dire: se
non c’è un rinnovamento morale e spirituale di fondo (l’emergenza
educativa!), a ben poco servono le riforme sociali di una politica corrotta
e sempre più lontana dalla gente (impegnata tra tormentoni
politico-mediatici e bunga bunga), e gli interventi di una giustizia rozza e
miope (basti pensare alle recenti polemiche sulla tortura del 41 bis, col
suo strascico di suicidi, “norma medievale e barbara che crea una ferita
gravissima nella civiltà giuridica italiana e nel nostro Stato di diritto”(Sansonetti).
In quegli stessi giorni, alle parole del Papa, faceva eco un editoriale del
laico (a volte laicista) Corriere della sera del 30.12.2010, a firma di
Ernesto Galli Della Loggia, che parlava di un’Italia dove “Tutto ciò che è
pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e
indomabile… la burocrazia sia centrale che locale è pletorica e
inefficiente, la giustizia tardigrada e approssimativa, una delinquenza
organizzata che altrove non ha eguali”.
A fronte di questo sconfortante panorama, e quasi come antidoto e
contraltare, il Pontefice però sottolineava “quale dono rappresenti il
sacerdozio della Chiesa Cattolica, che ci è stato affidato dal Signore”. E
continuando, aggiungeva : “Ci siamo resi nuovamente conto di quanto sia
bello che esseri umani (i sacerdoti) siano autorizzati a pronunciare in nome
di Dio e con pieno potere la parola del perdono, e così siano in grado di
cambiare il mondo, la vita; quanto sia bello che esseri umani (i sacerdoti)
siano autorizzati a pronunciare le parole della consacrazione, con cui il
Signore attira dentro di sé un pezzo di mondo, e così in un certo luogo lo
trasforma nella sua sostanza; quanto sia bello poter essere, con la forza
del Signore, vicino agli uomini nelle loro gioie e sofferenze, nelle ore
importanti come in quelle buie dell’esistenza; quanto sia bello avere nella
vita come compito non questo o quell’altro, ma semplicemente l’essere stesso
dell’uomo – per aiutare che si apra a Dio e sia vissuto a partire da Dio”.
Il sacramento dell’Ordine imprime nell’anima il carattere di ministro di
Dio, che è un’intima meravigliosa partecipazione del Sacerdozio eterno di
Gesù Cristo. Per esso il Sacerdote riveste la persona stessa del Salvatore:
Sacerdos alter Christus.Tale carattere è indistruttibile, eterno. In un
gesto di follia, il Sacerdote potrà calpestare la sua dignità e i suoi
doveri, tradire la sua missione, ma il carattere sacerdotale resta
indelebilmente scolpito nella sua anima: per distruggerlo, bisognerebbe
annientare la stessa anima del Sacerdote.
D’altra parte è stato Cristo in persona a volere la sua Chiesa così
strutturata sui vescovi, i presbiteri (sacerdoti) e i diaconi. Contro questo
tipo di Chiesa (Chiesa = Cristo nella Storia!, vedi Catechismo della Chiesa
Cattolica), nel corso di duemila anni, si sono scatenati sanguinari del
calibro di Nerone, Stalin, Hitler, solo per citarne qualcuno. Con quale
risultato? Che la Chiesa ha fatto i loro funerali… e ha continuato
tranquillamente, tra alti e bassi, a salpare le onde della storia.
Figuriamoci se teme le malevole chiacchiere degli invisibili moscerini dei
nostri giorni ai quali, prima o poi, speriamo il più tardi possibile, sarà
sempre la Chiesa a fare i loro funerali…
La Verità, e il Vangelo è la Verità, suscita sempre degli oppositori! Il
ministro di Dio che proclama la Verità del Vangelo sarà sempre osteggiato,
ma attenti, la nostra saggezza popolare ricorda che “cu cumbatti i previti
cumbatti a Dio” (“Chi combatte contro i sacerdoti combatte contro Dio”).
Circa poi il biasimevole vezzo di dire peste e corna della Chiesa e dei suoi
sacerdoti, da parte di persone che poi si accostano alla Santa Comunione
(magari prendendo l’Ostia Consacrata dalle mani dello stesso sacerdote che
fino a qualche minuto prima avevano “tagliato” con cura), vale la pena
rammentare le parole di S. Paolo, che, a chi capisce, fanno tremare le vene
e i polsi:
“Chiunque mangia questo pane e beve il calice del Signore indegnamente, è
reo verso il Corpo e il Sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini bene
se stesso prima di mangiare questo pane e di bere questo calice, poiché chi
ne mangia e beve senza esserne degno, mangia e beve la sua condanna!” (I
Cor. XI, 27-29).
Naturalmente, l’ammonimento dell’Apostolo, oltre che per le lingue
biforcute, è valido anche negli altri campi della morale.
Ed ecco, sul sublime mistero del sacerdozio, le testimonianze non sospette
di due Autori… che sapevano volare alto.
Victor Hugo, il più grande poeta francese del sec. XIX, celebre romanziere e
drammaturgo (1802-1885), scrive: “Gli spiriti irriflessivi si domandano: a
che cosa serve il prete? Che cosa fa? Non v’è alcuna opera più sublime di
quella che fanno i sacerdoti, né vi può essere alcun lavoro più utile. Guai
se il sacerdote cattolico cedesse il suo posto! Guai se la sua voce, che si
leva così spesso a gettare l’allarme, tacesse! Il mondo, in men di vent’anni,
ripiomberebbe nella barbarie!”.
Ippolito Taine, grande storico francese (1823-1893), annota: “Tutti i
mascalzoni, tutti gli ubriaconi, tutti i cattivi soggetti, tutta la gente
degna della galera, sono tutti nemici dei preti. Il fatto è indiscutibile.
D’altra parte, la brava gente, la gente onesta, la gente per bene, le
persone caritatevoli, stimabili, delicate, hanno tutta la simpatia e
professano per essi rispetto”. Anche se dovessero sbagliare!
La migliore S. Cristina è in linea con questi “grandi”.
E’ toccante la testimonianza di un apprezzato professionista cristinese che,
sotto Natale, ha fatto pervenire al nostro Parroco questi pensieri:
“Carissimo don Giuseppe, non ho mai vissuto una religiosità piena (…) ma
qualcosa è successo negli ultimi mesi (…). Non avrei mai pensato di riuscire
ad alzarmi la domenica mattina per essere puntuale in Chiesa per la Santa
Messa. Cosa mi sta succedendo ? (…) Quelle poche volte in cui nel passato
partecipavo alla Santa Messa, le vostre parole mi giungevano al cuore
riuscendo a infrangere la corteccia dei dubbi, che nel tempo, mi aveva
chiuso gli occhi (…) Voi, così giovane, riuscite ad intuire, ad intraveder
le mie difficoltà quotidiane ed a trovare nelle vostre omelie le giuste
parole di conforto e d’aiuto, parole che uso con i miei figli, parole che mi
guidano a superare le quotidiane difficoltà della vita e ad affrontarla con
armonia e serenità. (…) Seguendo i vostri suggerimenti il Natale da poco
passato è diventato per me, mia moglie e i miei figli una festa speciale
perché l’abbiamo vissuta con religiosità intensa nel segno della rinascita,
partecipando volentieri alla vita della nostra Comunità Parrocchiale dove mi
sono sentito rinascere con animo nuovo, leggero e sereno.”
Questi sono i sacerdoti, questi sono i nostri sacerdoti!
La grandezza e la dignità del sacerdozio cattolico non possono essere
valutate con criteri umani: fanno parte di un ordine superiore, perché sono
la partecipazione dell’eterno e divino sacerdozio di Gesù Cristo. Il
sacerdote – dice sempre S. Paolo – è il rappresentante e l’ambasciatore di
Cristo, il suo ministro, il dispensatore dei misteri di Dio. E’ Gesù vivente
e operante sulla terra. Possiede, dunque, nella luce della fede, una dignità
e una grandezza divina, di fronte alla quale impallidisce ogni dignità e
grandezza terrena.
Se, dunque, il sacerdote è Gesù vivente e operante sulla terra (Parola di S.
Paolo!), andiamoci piano col giudicarlo.
“Ah! Que le prete est quelque chose de grand!” (“Ah! Il prete è qualcosa di
grande!”) diceva il Santo Curato d’Ars.
Tutte le volte che giudichiamo i nostri sacerdoti perdiamo delle occasioni
per amarli.
Amiamoli, dunque, con i loro pregi e difetti, e ameremo Gesù stesso!
Questo Natale, davanti al Gesù Bambino dei nostri presepi, non lasciamoci
prendere dalla solita ipocrita tenerezza di qualche secondo, ma pensiamo più
seriamente a come questo idilliaco inizio di vita si è concluso: la tragedia
del Golgota. E domandiamoci perché a questa dolce natività ha fatto da
contraltare la cruenta fine di una crocifissione, sorte riservata ai
peggiori malfattori. Di quale grave colpa si sarà mai macchiato, nei tre
anni circa di vita pubblica, Gesù, perché’ dovesse meritare questo
trattamento finale?
Ha semplicemente detto la Verità, e dicendo la Verità, ha dato fastidio al
potere corrotto del suo tempo, che ha pensato bene di farlo fuori.
Il coraggio della “Verità nella Carità” ! E’ questo il compito primario e
urgente del cristiano di oggi, in una società che si nutre ad ogni livello
di menzogna e apparenza; questo è il mandato che il Papa consegna
insistentemente a tutta la Chiesa con la chiamata alle armi contro quella
che egli definisce la “dittatura del relativismo”. E la parola del Papa è
normativa per chi vuole essere, e non semplicemente dirsi, cristiano.
“I fedeli laici non possono tacere”, perché sanno “che è loro dovere
lavorare per il giusto ordine sociale”, il quale si fonda su un’
“antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione”. Per i cristiani,
infatti “l’assenteismo sociale” è peccato di omissione”. (così anche il
card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al convegno di Todi sulla
“Buona politica per il bene comune”, nell’ottobre scorso).
In quegli stessi giorni, faceva eco a questo messaggio, la pubblicazione
dell’ultimo libro di mons. Bregantini “Perché non possiamo tacere”. Già
vescovo di Locri, anche lui era stato “fatto fuori” con un elegante
promoveatur ut amoveatur (veniva promosso per essere allontanato) perché
dicendo la Verità infastidiva il potere…
In altri termini: a ben poco serve fare il pieno di Rosari, Sante Messe,
Adorazioni Eucaristiche e ritiri spirituali se poi nei luoghi dove vivi
(comunità, lavoro, tempo libero) fai l’ “indiano”, sei un finto credente, o
come dice il Papa, sei un “fedele di ruotine” ! E quanti “fedeli di
routine”, questo Natale, al calduccio e in famiglia, davanti alle loro
ricche tavolate, si lasciano inquietare dal pensiero di chi è nella
solitudine e senza lavoro? E questi “fedeli di routine”, dopo Natale, nel
loro ambiente, si faranno voce in difesa dei diritti negati di chi voce non
ne ha? E questi si chiamano cristiani o “pilati” ?
Già nel settembre scorso, nel suo viaggio in Germania, il Pontefice aveva
lanciato un messaggio inusuale e profondo, una provocazione che va letta con
grande attenzione: è meglio essere agnostici in ricerca che finti credenti!
(Agnostico è chi dice di non sapere se Dio esiste).
Ecco le sue parole: “…agnostici, che a motivo della questione su Dio non
trovano pace; persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno
desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo
siano i fedeli di routine, che nella Chiesa vedono ormai soltanto
l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede”.
Ma perché il vero cristiano non può tacere, ed anzi, deve gridare “sui
tetti”, come dice il Vangelo, la Verità ?
Il mondo contemporaneo sta attraversando una buia notte etica: si chiama
bene il male e male il bene, all’uomo buono e virtuoso si è sostituito
l’uomo tecnico ed efficiente che per affermarsi calpesta anche gli affetti
più cari. In questo contesto storico si è veri cristiani se si mantiene alta
la fiaccola della Verità (sull’uomo e il suo destino eterno, su Dio, sul
senso della vita) che suona irritante alle orecchie del mondo. E non è vero
che nessuno ha la verità in tasca come dice superficialmente il “fedele di
routine”. Il vero cristiano ce l’ha, eccome, non perche se l’è data lui
stesso, ci mancherebbe, ma perché l’ha ricevuta dal suo Signore Gesù Cristo,
unico e solo significato della vita e della storia (tutto il resto è
chiacchiera), che si è detto “Via, Verità e Vita”. Il cristianesimo, si sa,
quando è vero, é scomodo, e non va d’accordo col mondo. Essere cristiani
oggi vuol dire, pertanto, portare con coraggio la luce del Vangelo nel
sociale, nel campo della cultura, del lavoro, dell’educazione, della
politica, dell’economia, e non chiudersi semplicemente nella penombra delle
sacrestie o fare caroselli intorno ai santi protettori. A tal proposito,
ammonisce il Papa: “Ognuno di noi sarà chiamato a rendere conto di come ha
vissuto, di come ha utilizzato le proprie capacità: se le ha tenute per sé o
le ha fatte fruttare per il bene dei fratelli” (Angelus del 27.11.2011). E
la più grande carità che oggi si possa fare ai fratelli, spesso rimbecilliti
dalla televisione e da internet, è proclamare la Verità senza paura, senza
atteggiamenti pilateschi. Con Dio non si può essere cerchio-bottisti: un
colpo al cerchio ed uno alla botte, nella fattispecie: un po’ col mondo e un
po’ con Dio. O con Me – dice Lui – o contro di Me, et tertium non datur (non
c’è, cioè, la terza possibilità).
“La Messa – è stato scritto – comincia dopo la Messa”. Una fede che non
diventa cultura è una falsa fede.
I Rosari, le Sante Messe, le Adorazioni Eucaristiche e i ritiri spirituali,
per non essere solo vetrina, devono diventare il carburante per agire poi,
nel sociale, da attivi operatori di verità, sicuri di non essere applauditi,
anzi…
A che serve fare il pieno dell’automobile se poi deve resta in garage? La
Verità non teme le contestazioni o il colpevole silenzio dei cultori del
quieto vivere (meglio: del quieto non-vivere). Se la vita religiosa diventa
fine a se stessa altro non è che una bella masturbazione mentale, anzi,
spirituale!
“Quante volte (in Chiesa) celebriamo soltanto noi stessi, senza renderci
conto di Lui (Dio). Quante volte la sua parola viene distorta e abusata” (Ratzinger);
ed ancora: “Quando (in Chiesa) cominciano gli applausi finisce la liturgia”
(Ratzinger).
Contro i “fedeli di routine” già S. Agostino scriveva: “Chi può fare il
bene, e non lo fa, fa il male”. E diceva anche: “Molti che sembrano stare
dentro la Chiesa, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori della Chiesa,
sono dentro”.
In questo Natale, domandiamoci dove siamo collocati noi, effettivamente e
non apparentemente… Io, da parte mia, ci terrei a stare e morire dentro la
Santa Chiesa, ergo, non posso e non voglio tacere la Verità, naturalmente
nella carità.
Raffaele Fameli Web Master (C) 2012